trova l’intruso
@mandorlabruna mon petit muse toujours
Bagnata dal sole in Santa Maria in Trastevere; @estateagreste novella Vivian Maier
trova l’intruso
@mandorlabruna mon petit muse toujours
Bagnata dal sole in Santa Maria in Trastevere; @estateagreste novella Vivian Maier
@mandorlabruna e il suo amour sembrano usciti da un film francese in cui io mi ritrovo immersa con piacere
@estateagreste sei parte integrante e dolcissima del nostro cortometraggio Nouvelle-Nouvelle Vague
Il fatto è, davanti a questi biscotti spalmati di confettura di ciliegia su cui ho appena fatto cadere il telefono sbriciolando e arrossando dappertutto, è che l'intolleranza verso me stessa non mi permette di essere tollerante con gli altri. Piccolezze, bêtises, conneries, che non riesco a sopportare e che fanno sì che la gente esca dalle mie grazie per un nonnulla, con un nonnulla. Amare è difficile.
Appoggio la tempia contro una colonna di questo portico di convento gesuita del Cinquecento, mentre l'elettro-meccanica tropicale mi scuote i timpani, e gli studenti di belle arti con i vestiti vintage e le felpe fluo e gli orecchini grandi mi ondeggiano attorno, e penso che va tutto bene. Ma sul serio. Le scadenze sul filo, va bene, il lavoro al bistrot, andrà bene. I gabbiani che ti ribaltano il piattino dei cicchetti, va bene, fa folklore. Questo signore sulla settantina in giacca giallo canarino che mi fa posto accanto a lui e che subito dopo si alza a ballare come un ventenne, va più che bene. Il fatto che nella vita ci si innamori di cose diverse, e in modo diverso, con altra intensità e coinvolgimento, va bene comunque. Cambia la barca, il mare no - e io non perdo i calli.
Salut les gars,
non sono mai morta - anzi, mentre non c'ero ho fatto tante cose e visto un po’ di posti nuovi, ora sono con i miei french friends ma tra due settimane rivalicherò le Alpi, farò un trasloco in treno e inizierò un altro capitolo di vita da fuorisede in laguna (scorre nervosamente il catalogo Ikea per trovare una poltrona letto plausibile e delle mensole che non la obblighino a fare buchi nel muro e dire ciao alla cauzione), mi troverete fuori dai bàcari a dare pezzi di formaggio ai granchi dei canali e a smagliarmi le calze sulle scale.
Apro la finestra della cucina e appoggio il mento sulle mani intrecciate, le braccia posate sul davanzale troppo alto. Fabio ha finito da poco la sua sigaretta e dal posacenere si leva ancora un filo sottile di fumo. Dal settimo piano del condominio verde salvia masticata che mi accoglie per stanotte si vedono il nero del parco, il grigiore mal illuminato di un quadrato di cemento tra gli alberi adibito a parcheggio e, sullo sfondo di una nube sanguigna di inquinamento luminoso, lo skyline di Milano, con gli occhi rossi del City Life che lampeggiano sincronizzati, on/off. Dafne si fa la doccia e il tè è ancora bollente, la aspetto, il traffico non si sente e gli stridii dei tram sono distanti, fermi sotto la pioggia del pomeriggio. Sono piena di giappocinese d’asporto, il biscotto della fortuna mi ha detto che sono sulla strada giusta, penso a “Funeralopolis” e rido, ho addosso una vecchia felpa della Benetton che mi dice che la moda passa e il tempo pure.
Il tempo è passato e mi ha levigata, come un vetro che diventa sasso a forza di rotolare sotto le onde, e ora sono in un porto sicuro. Guardo giù e guardo indietro, sulla fine di ottobre ci sono io in un abito grigio che non riesco a parlare né a muovermi, seduta in macchina con il fiato mozzato e la mano di mia madre come unico appiglio. Tendo la mia, di mano, e passo a ritroso attraverso l’ultima colazione con Esel, la mia laurea, il rientro a casa, la fine della stagione, i risvegli con Julien, i banchetti di Maxime, il ritorno di Marie, il brindisi con i miei, le conclusioni della tesi scritte venti minuti prima della firma del prof, il panico, gli scleri al lavoro, le paranoie, i baci di Manon, l’acqua calda delle terme, il rush delle feste, Capodanno e Natale, le mie gaffe col francese, la partenza, Roma, i miei occhi incavati allo specchio, la fine di quell’amore morto, arrivo alla mia schiena ossuta e singhiozzante, al mio corpo raschiato e prosciugato, mi tocco la spalla e mi dico: “È andato tutto bene”. È andato tutto bene, ho un’altra lingua straniera e una nuova esperienza all’estero da schiaffare sul curriculum e sette chili in più addosso, ho imparato che è meglio una passione lucida e affettuosa di un romanticismo annebbiato, che i francesi fanno spaccare e che cristo santo la carrot cake vegana del Bistrot della Stazione Centrale fa proprio schifo, quindi basta la lascio qui a metà anche se non si fa e vado a prendere il mio treno svizzero, che allo chalet mi aspettano per stasera.
In questo buio creato da un asciugamano filtra una musica, un son, che evoca delle curve sahariane; i miei nodi si sciolgono scrocchiando nella carne che è diventata più abbondante, ho nuove forme da toccare, e dei capelli gonfi come un piumaggio da foresta pluviale. Nel non pensare mi appaiono i tuoi occhi arrossati, blu nelle mie palpebre serrate: li scaccio con il rasoio di Buñuel, e nel sangue in bianco e nero, in una nuvola grigia affilata, scompaiono.
L'olio tiepido mi scorre addosso e divento una sardina pronta per la padella, ritorno un pesciolino felice che sguscia in una jacuzzi che a casa mia non c'è più ma qui sì, in una gabbia di vetro squadrata che dà sui pini di nuovo innevati.
Maxu ha riempito il lavandino di foglie di spinaci; mescola un chilo di risotto, starnutendosi sui gomiti quando il pepe gli vola in faccia, può darsi che stasera trovi degli arancini per me e che domani mi seguiranno sul treno per Milano. Marie se n'è andata e non sappiamo se la rivedremo, la nostra stanza ora è per metà asettica e metà collage di Polaroid e cartoline, e fa strano; ci ha salutati con sorrisi larghissimi e parole di incoraggiamento, nascondendo a tutti le vere motivazioni del suo viaggio. Nella mia borsa ho infilato l'orecchino spaiato che mi ha lasciato sulla mensolina della camera, con dei pendenti dorati e una placchetta maculata. La neve sciolta che scorre dalla grondaia, incessante da giorni, copre una vibrazione di fondo fatta d'angoscia e smarrimento; le feste vengono rimandate di settimana in settimana, il disgelo segnerà la nostra fine.